Beatrice Squinzani

Conobbi la nebbia una sera di dicembre nel tornare a casa da scuola. L’avevo sentita nominare tante volte, l’avevo ripetuta a memoria nel “La nebbia a gl’irti colli”, l’avevo presagita attorno a me nei pomeriggi d’inverno. Ma quella sera fu diverso.
Avevo appena oltrepassato il parco con un piccolo laghetto, le anatre nascoste nei loro nidi. Mi stavo incamminando lungo un viale alberato dalle villette a schiera per tornare a casa. Le mie scarpe da ginnastica sull’asfalto, la luce opaca dei lampioni dispersa nell’aria. Voltai lo sguardo sulla strada avvolta nell’oscurità e ne sbucò una figura curva avvolta da una pesante sciarpa. Nell’esporsi sotto una lanterna, la luce ne rivelò una vecchia. Si avvicinò a me e mi disse:
“Salve bella bambina. Lo sai che è pericoloso andare in giro da soli di questi tempi?”
Cercai di risponderle, ma lei aveva già preso fiato. Come una cantilena, incitò:
“Dietro il muro di una chiesa
c’è la tomba di un bandito
che ogni notte si risveglia
e va a chiedere a una strega…”
Rimasi immobile e in silenzio alla filastrocca, e permisi dunque alla donna di proseguire.
“Per il sangue dei tuoi morti
Posso anch’io tornare in vita?
E la strega gli risponde…
AAAH!”
La donna iniziò a gridare e io, con un salto, mi allontanai. Una nuvola di vapore si dissolse tra le sue labbra. “Ecco qua, bambina mia” disse infine, “Ricordati di non andare in giro da sola. La nebbia ti saluta.”
E com’era apparsa, sparì nel nulla.