Marc

Marc ha dieci anni, i capelli scuri e scompigliati che gli ricadono sulla fronte, il viso pallido. Ama gli insetti e il manuale di entomologia, il colore verde e le castagne, leggere e le coperte. Odia i ritratti, le melanzane, i rossetti. A causa dell’assenza del padre, Marc ha da sempre vissuto il rapporto con la madre in maniera conflittuale.

Era passato tanto tempo dall’ultima volta che Marc era andato nella stanza degli oggetti. Dopo quella circostanza aveva faticato ad addormentarsi per settimane, era rimasto chiuso nella sua camera, a scuola aveva scritto temi dai brutti voti. Per questo, ogni volta che Marc doveva andare in bagno o attraversare il corridoio, lo faceva in punta di piedi, e stava attento che la porta della stanza degli oggetti fosse ben chiusa.
Quella domenica mattina il piccolo Marc si era alzato alle otto, aveva aperto la finestra e si era messo a guardare l’albero di fichi davanti a lui. Si era immaginato di sporgersi e di prenderne uno, di farci una ricca colazione. Con lo stomaco che brontolava, si era stiracchiato le braccia, aveva preso la coperta in pile blu e si era diretto verso la cucina.
Fu come essersi dimenticati il pane sul fuoco, la televisione accesa durante la notte o di lavarsi i denti prima di andare a scuola. Lenti, gli occhi di Marc si spostarono verso destra. La stanza degli oggetti aveva la porta spalancata. Era come la ricordava, tetra e marcia. Le persiane rotte lasciavano penetrare una luce fioca che andava confondendosi con il resto della camera. E anche la paura era rimasta come ricordava. Il volto di una donna dalla carnagione pallida lo fissava. I capelli scuri legati in uno chignon, occhi azzurri avvolti da lunghe ciglia, il collo coperto dall’abito nero. Marc aveva lasciato cadere la coperta in pile, la voglia di colazione sostituita dalla nausea. Più lui fissava il quadro e più lei diventava grande.
Non di nuovo. Non le voci, non di nuovo, pensò facendo lunghi respiri. L’unico modo che ho è quello di mandarla via. Devo chiudere la porta.
Con gli occhi fissi sulla donna, Marc si chinò a terra per raccogliere la coperta e se l’avvolse attorno al corpo come se fosse un monaco, il braccio destro scoperto. Passo dopo passo, la distanza che li separava pian piano s’accorciava. Sulla soglia, Marc allungò il braccio verso la maniglia. D’un tratto, il corridoio divenne buio, le piastrelle ghiacciate, i respiri nuvole bianche. Gli occhi azzurri di lei cuciti nei suoi. Lento il viso della donna andava sciogliersi come cera, una voce sottile lo chiamava. Una massa si formò sul pavimento, rannicchiata aveva sembianza umana.
Non di nuovo.
La figura nuda e scheletrica si tuffò su Marc, le unghie lunghe si conficcarono nella pelle. La donna aveva il volto bruciato, le braccia piene di bubboni e le gambe in putrefazione. I lunghi capelli corvini s’avvinghiarono al collo di Marc, gli occhi piangevano sangue. Lui cercò di divincolarsi, lei gli vomitò in bocca un liquido bianco.
Marc gridò a lungo con forza e si spaventò nel sentirsi sordo al proprio dolore, la voce mozzata dalla paura. Aprì gli occhi con stupore, trovò la porta della stanza degli oggetti chiusa. Il braccio destro colava sangue; aveva incise lettere, formavano tre parole: Sei mio figlio.